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sabato 12 dicembre 2015

Moda e modelli: Italia e Spagna a confronto

Moda e modelli (strategici): Italia e Spagna a confronto

Portato spesso come esempio del diverso grado di competitività paese tra Italia e Spagna, il caso della concorrenza nei prodotti del sistema moda rivela l’importanza delle scelte strategiche adottate dalle imprese.

32 dollari per un paio di pantaloni di cotone da donna italiano, 14 per un paio spagnolo. E ancora, 54 dollari per delle scarpe sportive italiane, 13 per quelle spagnole.

Basterebbero forse questi pochi numeri, replicati per le centinaia di codici merceologici relativi ai prodotti del sistema moda e le decine di paesi esteri serviti, a spiegare il differente approccio delle grandi imprese del fashion italiano e spagnolo ai mercati mondiali. Ma il prezzo non è che l’ultimo tassello di strategie aziendali che coinvolgono l’approvvigionamento, le funzioni di produzione, l’organizzazione aziendale, i rapporti con la distribuzione e la scelta dei mercati target.

Approvvigionamento che, nel caso spagnolo, è costituito in prevalenza da paesi a basso costo del lavoro (nordafricani e asiatici), mentre per l’Italia è rappresentato da lunghe catene di subfornitura, ancora per lo più nazionali. Differenze che determinano, a livello paese, un deficit commerciale strutturale prossimo ai 10 miliardi di Euro per la Spagna e un attivo di quasi 25 miliardi (il secondo dopo quello nella meccanica) per l’Italia.

Funzioni di produzione che, anche per effetto del diverso tipo di approvvigionamento, vedono i consumi di materie prime e semilavorati incidere per quasi il 70% del valore della produzione nel paese iberico e per meno del 50% in Italia, con un valore aggiunto - proxy dell’articolazione e lunghezza dei processi produttivi svolti internamente dalle aziende, oltreché della capacità di creare valore – al 20% per la moda tricolore e al 12% per le concorrenti spagnole.

La minor rilevanza delle funzioni produttive in senso stretto si traduce anche in una minor incidenza del costo del lavoro in Spagna (9%, contro il 12% italiano) e, nonostante le politiche di moderazione salariale adottate oltre Pirenei, in una scarsa differenza in termini di costo medio di un lavoratore: 44 mila Euro in Italia e 42 mila in Spagna, in virtù proprio di una maggior presenza di figure professionali a più elevata qualifica (oltretutto con una dinamica di crescita molto sostenuta nel paese iberico: +40% dal 2007 al 2013, contro il +16% italiano).

La “leggerezza” industriale del modello spagnolo, più orientato a modelli strategici da azienda di distribuzione, non si traduce però in un’eguale fragilità finanziaria e operativa delle imprese: la capitalizzazione è infatti (patrimonio netto in % dell’attivo) al 50%, ben superiore al 37% italiano, e l’indebitamento estremamente contenuto (28% del patrimonio), quasi 2.5 volte inferiore a quello italiano (73%).

In termini di mercati target, invece, i prodotti italiani evidenziano una presenza che, seppur ancora centrata sull’Europa occidentale (50% delle vendite), è capillare in tutte le aree mondiali (di assoluto rilevo il 18% in Asia, contro il 7% spagnolo), mentre i concorrenti iberici sono soprattutto focalizzati sui paesi geograficamente più vicini (continente europeo e aree del Mediterraneo e Medio Oriente garantiscono l’85% delle vendite della moda spagnola). Tuttavia, i risultati si invertono andando a considerare i singoli paesi: la Spagna, grazie a reti distributive capillari, è presente in praticamente tutti i paesi delle aree geografiche di specializzazione, al contrario dell’Italia in cui le vendite mondiali sono concentrate in pochi grandi mercati (e probabilmente al loro interno in poche grandi città): il 70% delle vendite di abbigliamento e l’80% di calzature italiani sono infatti concentrati in 15 paesi, valori rispettivamente del 55% e 70% per la Spagna.

Le differenze evidenziate nel percorso che dall’ideazione dei prodotti porta, attraverso gli stadi di lavorazione intermedi e il confezionamento, fino al consumatore finale incidono profondamente sulla struttura delle relazioni commerciali delle imprese nei due paesi. Se per l’Italia anche in questo settore non ci si discosta dalle “cattive” abitudini (giorni fornitori e clienti attorno al valore di 80, ben lontani dai teoricamente vincolanti 60 giorni dell’Unione Europea), per le grandi imprese spagnole si evidenzia un forte sbilanciamento nella composizione del capitale circolante, con giorni fornitori attorno a 40 (i rapporti commerciali con l’estero, da cui proviene gran parte dell’approvvigionamento, hanno sempre mediamente tempi di pagamento più brevi rispetto a quelli interni), ma tempi di incasso dai clienti prossimi a 100, a segnalare le agevolazioni concesse alle imprese della distribuzione, spesso facenti capo allo stesso gruppo dell’impresa industriale.

Per completare l’analisi manca però il tassello fondamentale: che risultati, finanziari e commerciali, hanno prodotto questi approcci strategici così distanti? La risposta non è univoca, perché, da un lato, l’andamento delle quote di commercio internazionale sembra premiare la Spagna, arrivata a detenere il 2.2% del valore delle importazioni mondiali del settore nel 2014 (con un incremento di 3 decimi di punto dal 2007), contro una quota sì più elevata per l’Italia (6.3%), ma in calo di oltre 2 punti. All’opposto, invece, la redditività industriale premia le imprese tricolori (Roi al 5.7, contro il 4.3 iberico), che tra il 2007 e il 2013 hanno anche presentato una minor dispersione dei risultati individuali, priva quindi di casi di assoluta eccellenza e di elevata criticità.

Le analisi presentate, pur non essendo esaustive degli elementi caratterizzanti il settore, mostrano quanto possa essere fuorviante ricondurre differenze di competitività industriale a generici fattori paese. Oltre agli aspetti di composizione (geografica, micro-merceologica e qualitativa) dei prodotti, il ruolo più rilevante nel determinare i successi o meno delle imprese continua a risiedere nelle scelte strategiche da esse operate.

martedì 8 dicembre 2015

Alta moda italiana: la parola a Giorgio Armani

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In attesa che domani inizi finalmente la tanto attesa kermesse dell'alta moda romana, Parigi chiude la sua settimana di Haute Couture riscuotendo ovunque un unanime consenso.
Le redini, e forse il destino stesso, dell'alta moda sono stabilmente in mano ai francesi. Ma prima di raccontarvi in questi giorni quale sarà la risposta italiana a questa incontrastata egemonia d'Oltralpe, sentiamo dalle parole di Giorgio Armani, un altro grande del made in Itaky che ha deciso da anni di far sfilare a Parigi la sua linea haute couture, Armani Privè, se ancora ha un senso organizzare manifestazione di questo tipo quando esiste un pret a porter di lusso che spesso non ha niente da invidiare ai capi più sartoriali delle grandi griffe. E, soprattutto, che mercato esiste per abiti tanto favolosi quanto costosi?

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Armani ha rivelato che i suoi vestiti hanno prezzi che vanno dai 70 mila ai 100 mila euro e oltre!
"Il 50% degli abiti che creiamo per Armani Privé vengono poi ordinati in versione da matrimonio o comunque da cerimonia" ha spiegato lo stilista.
Molti vestiti andati in passerella finiscono addosso alle star: "La serata deiGolden Globe era piena di Armani Privé, dati in prestito".

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Prestiti che raramente tornano a casa, le star faticano a staccarsi da abiti talmente belli, soprattutto se gratis, così allo stilista di turno non resta spesso altro da fare che regalarglielo, anche per non perdere una testimonial importante che la prossima volta sul red carpet potrebbe scegliere la concorrenza...
"Quello della moda è un mondo dove spesso i personaggi vengono pagati per indossare i vestiti firmati. Io ho clienti importanti che vanno a comprare i miei vestiti. Per esempio, Paola di Liegi ha un buonissimo sconto. Compra pret-a-porter Giorgio Armani poi le faccio qualche vestito speciale perché deve mettere di traverso la fascia da regina e non tutti gli abiti sono adatti".
Altra regina, altra cliente: "Rania di Giordania paga i suoi vestiti. Poi le ho fatto anche qualche regalo, ma è talmente bella ed elegante che è un onore...'".
Con tante clienti di alta moda è normale allora che la couture francese sia un po' spaventata: "beh sì, forse hanno ormai un po' paura di me", conclude.
E dei couturier italiani che sfileranno da sabato a Roma chi ha paura?

lunedì 7 dicembre 2015

E' morta la stilista Mariuccia Mandelli in arte Krizia: contribuì all'affermazione mondiale dell'eleganza italiana

 Lutto nel mondo della moda: è morta a Milano all'età di 90 anni la stilista e imprenditrice italiana Krizia, al secolo Mariuccia Mandelli. Lo ha comunicato il cda di M.M.K. spa spiegando che domenica "alle 21 è improvvisamente venuta a mancare". Nata aBergamo nel 1925, fin da giovane ha nutrito un'incontenibile passione per il taglio, il cucito e la creazione di capi d'abbigliamento.



Mariuccia Mandelli avrebbe compiuto 91 anni a gennaio, è morta invece "improvvisamente", come fa sapere una sua collaboratrice, nella sua casa di Milano per un malore. Al suo fianco, come sempre, c'era il marito Aldo Pinto

Mercoledì alle 11.00, nella chiesa di Sant'Angelo in via della Moscova a Milano, si svolgeranno i funerali per l'ultimo saluto a un'icona dello stile italiano. Nel comunicato diffuso per dare la notizia della scomparsa si legge: "Mariuccia, per tutti gli amici, è stata una straordinaria e innovativa stilista di moda che, col nome di Krizia, ha contribuito a creare e sostenere l'affermazione internazionale di un modello di eleganza tipicamente italiano".


Dopo la cessione della "Krizia Spa" ai cinesi della "Krizia international srl", nel giugno del 2014, i beni immobiliari rimasti alla maison sono gestiti da M.M.K.

Quella di Krizia - il nome deriva dall'ultimo "Dialogo" incompiuto di Platone incentrato sulla vanità femminile - è una storia straordinaria di self made woman, di quelle che talvolta capitavano negli anni del boom dopo la Seconda guerra mondiale. La carriera di Mariuccia Mandelli inizia infatti lontanissima dalle passerelle. Dopo gli studi in Svizzera diventamaestra elementare. Però le piace disegnare abiti, tagliare e cucire e insieme all'amica Flora Dolci decide di trasformare la sua passione in un lavoro, aprendo a Milano - in un appartamento messo a disposizione dall'amico Lelio Luttazzi - un piccolo laboratorio che produce gonne e vestiti dalle linee semplici ed essenziali. 

Risale al 1957 il debutto della stilista tra le personalità del fashion. Quell'anno Krizia esponeuna serie di “abiti-frutta” al Salone mercato internazionale dell'abbigliamento, facendosi notare, oltre che dai compratori, dalla giornalista di moda Elsa Robiola - fra le voci più autorevoli del settore - che segnala la sua collezione.

Il successo non tarda ad arrivare: nel '64 espone a Palazzo Pitti ed è la prima donna a ricevere il premio "Critica della Moda". Poco dopo fonda nuovi stabilimenti per le linee Kriziamaglia e Krizia Baby. Nel 1980 debutta il primo profumo, l'iconico K de Krizia. Gli americani la soprannominano "crazy Krizia" per il suo uso innovativo di tagli, materiali e colori: sdogana il look bianco e nero, introduce la gomma e il sughero, propone shorts spregiudicati all'epoca di maxigonne e pantaloni a zampa d'elefante, linee minimal al tempo del barocco anni '80. 

Con le sue creazioni - dice - vuole accompagnare le altre donne alla ricerca di un'indipendenza anche estetica ed è una pioniera delle linee per curvy: "La mia è una moda duttile, che si adegua al quotidiano e alla cultura in evoluzione, perché incoraggia le donne ad essere attive, dinamiche, aggiornate, sempre al passo coi tempi e con quanto accade intorno a loro, cercando un’eleganza fatta anche di sense of humour e di autoironia". 


Capace come pochi a coniugare arte e moda (nel 1985 lo Spazio Krizia è il primo del suo genere in Italia), in breve diventa una delle ambasciatrici del made in Italy nel mondo, contribuendo fare di Milano la capitale del fashion. "Mi rivolsi a Krizia per un aiuto per portare le sfilate da Firenze a Milano - racconta di lei Beppe Modenese, storico presidente onorario della Camera nazionale della moda -. Non era facile convincere gli stilisti a unirsi in un’unica sfilata... Mariuccia mi rispose: “Fammici pensare”. Tempo una settimana aveva chiamato a raccolta i colleghi, tra cui Versace e Laura Biagiotti. La stagione successiva si unisce Armani". Ed è proprio con Armani, insieme a Versace, Ferré e Valentino, che Krizia riceve nel 1986 la nomina a commendatore della Repubblica Italiana

Ma l'ascesa di Mariuccia Mandelli non è stata esente da momenti di difficoltà. Negli anni novanta è fra gli indagati nell'inchiesta Mani pulite, accusata di aver versato tangenti allaGuardia di Finanza. Solo nel 1998 è arrivata l'assoluzione con formula piena della Corte d'Appello.

martedì 24 novembre 2015

La moda italiana, in un vocabolario


A come Andrea Incontri, B come Gentucca Bini, C come… Dal 24 novembre al 6 marzo 2016 La Triennale di Milano ospita Il nuovo vocabolario della moda italiana (a cura di Paola Bertola e Vittorio Linfante), una mostra unica nel suo genere pensata per celebrare la moda contemporanea italiana, i suoi protagonisti e i marchi che negli ultimi vent’anni hanno saputo rinnovare il DNA culturale del nostro paese.

Si parte dal 1998, considerato il vero spartiacque tra il passato e il mondo globale di oggi interconnesso dal web, per un viaggio che passa dal prêt-à-porter allo streetwear, dalle calzature agli occhiali, dai bijoux ai cappelli, in un’unica e inedita raccolta di stili.




Il percorso espositivo è diviso in tre macro sezioni: da Vocabolario, con capi che rappresentano gli elementi tipici del prodotto italiano, si passa a Narrazioni, dove viene tracciata la mappa del sistema di produzione culturale della moda, e si arriva a Biografie, dedicata alle storie dei singoli stilisti e dei marchi in questione.

Un vero e proprio vocabolario per sintetizzare, illustrare e definire le caratteristiche fondanti del made in Italy contemporaneo, tutt'ora in evoluzione. Una mostra per conoscere meglio noi stessi, la nostra moda e il nostro paese. Un appuntamento da segnare assolutamente in agenda.